Sarà che si avvicina la Giornata mondiale del Risparmio, il 31 ottobre; sarà che di soldi non è che ne girino tanti. Fatto sta che il MIUR, Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha varato la quinta edizione del Premio «Inventiamo una banconota», in collaborazione con la Banca d’Italia.

Riservato agli alunni della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, il concorso prevede la realizzazione di un bozzetto grafico che inventi una banconota del tutto nuova, immaginaria, fantasiosa e sorprendente. Per partecipare basta iscriversi entro il 22 gennaio 2018 alla mail premioperlascuola@bancaditalia.it. Le tre classi prime classificate nel maggio 2018 saranno invitate a Roma presso la Banca d’Italia, dove visiteranno lo stabilimento di produzione dell’euro.

Ogni scuola vincitrice si porterà a casa la bellezza di 10 mila euro per il supporto e lo sviluppo delle attività didattiche. Trovate il bando qui.

Lo spazio virtuale è spesso sinonimo di libertà e di abbattimento di confini. Tuttavia, vi sono spazi virtuali più angusti e mefitici di qualsiasi cunicolo o bugigattolo. Un esempio? I gruppi WhatsApp di classe, non quelli degli studenti ma dei loro genitori. 

 

Lo scorso anno insegnavo in una scuola secondaria di primo grado della provincia di Bergamo ed ero coordinatrice di una straordinaria prima, una classe di bambini creativi, curiosi, ansiosi di attenzioni e di affetto e pronti al dialogo, per nulla scolarizzati, assolutamente anticonvenzionali. Ma se i ragazzi costituivano una sfida bella e stimolante, con i genitori il dialogo era decisamente più complicato. Questo perché, nell’epoca della comunicazione istantanea, comunicare davvero diventa più difficile. E così è facile che i gruppi WhatsApp di classe diventino un ricettacolo di lamentele, recriminazioni e tentativi esercitare un controllo capillare sulla vita dei figliuoli. Ciò nel migliore dei casi. 

 

Un giorno una delle mamme del gruppo WhatsApp si affaccia in lacrime all’aula ricevimento genitori. Ho impiegato un buon quarto d’ora per ottenere un racconto dei fatti intelligibile. Un’altra mamma della classe aveva preso a offenderla pesantemente nella chat comune con messaggi vocali insultanti e densi di appellativi volgari, esponendola consapevolmente alla pubblica gogna e costringendo gli altri membri del gruppo al ruolo di testimoni involontari. Sempre brandendo il cellulare a titolo di prova, insiste perché io mi presti all’ascolto. Declino cortesemente, rassicurandola sulla mia piena fiducia nelle sue parole e mi riprometto di parlare con la rappresentante dei genitori quanto prima, per persuaderla a chiudere il gruppo delle mamme e a limitare i contatti a una semplice quanto salutare mailing-list.

 

Apprendo solo in seguito e con imbarazzo il motivo della lite: la figlia della vittima e quella della mamma persecutrice si erano invaghite dello stesso compagno di classe. Se a dodici anni non è solo legittimo ma addirittura auspicabile litigare per il ragazzo del cuore, che a farlo siano i genitori al posto dei figli è a un primo livello di lettura ridicolo e a un livello più profondo inaccettabile e drammatico.

 

I nostri ragazzi fanno sempre più fatica a crescere, a rendersi indipendenti e ad affrontare le piccole delusioni del quotidiano anche perché c’è il gruppo WhatsApp delle mamme – inquietante sineddoche – che parla per loro, sceglie per loro, vive per loro. E, nei casi più estremi, litiga anche al posto loro.

 

Laura Signori

Istituto Comprensivo Villa d’Almè

Quando un bambino racconta le attività che svolge alla scuola d’infanzia, i genitori dovrebbero prestare attenzione: non tanto e solo a quel che fa in classe, ma al perché. E il perché è presto detto: nell’attività didattica i bambini imparano a muoversi e agire da soli, senza che gli adulti si sostituiscano loro. In un dialogo immaginario, raccolto dalle maestre, la migliore pedagogia è condensata nell’immagine del bimbo che indossa un calzino sulla mano.

«A quelli piccoli la maestra voleva far pitturare i palloncini, ma solo pochi riuscivano a tenere in mano il pennarello. Gli scivolava via, a uno gli è anche scoppiato il palloncino. Anche io prima facevo fatica: non riuscivo a vestirmi da solo, i sassi mi cadevano in terra, non scavavo ancora le buche profonde. Allora la maestra ha fatto un topolino con un calzino e le mie dita erano i baffi. Così ho imparato subito a usare il pennarello».

Proprio così: un passaggio importante per compiere le operazioni più complesse e in autonomia sta nel perfezionare l’opposizione pollice indice. «Se quando entro ed esco da scuola mi spoglio e mi vesto da solo, imparo a fare una cosa difficilissima: prendo la mira, e chiudo bene il bottone. Dopo un po’ ci sono riuscito!». Come compito a casa, le mamme possono chiedere aiuto a mettere le mollette per stendere i panni o sbucciare le uova sode. «Voglio le scarpe con le stringhe, non con gli strappi, che sono troppo facili», abbiamo sentito dire a una bambina. Frasi immaginarie, certo, ma non inverosimili. «La capriola quella no, non sono ancora riuscito a farla. È capace solo il Luca, ma lui è nei grandi». I bambini hanno bisogno di sfide, non di cose facili. «Stamattina ho fatto il serpente che striscia, ho corso come la gazzella. A pancia in giù come il serpente devo stare attento a farlo, sennò invece di strisciare rotolo e non vado da nessuna parte. A fare la gazzella mi viene subito il fiatone, ma mi piace aiutare la mamma e il papà a fare la spesa».

Coinvolgere i figli nelle attività domestiche e quotidiane, con la giusta gradualità, è fondamentale e necessario. L’obiezione che sentiamo fare agli adulti è sempre la stessa: «Hai voglia, se aspettiamo i tempi dei figli facciamo tardi sempre e ovunque. Anche all’asilo, cara maestra». Tutto vero e sacrosanto: ma se si vogliono regalare autonomia e autostima ai propri figli, qualunque attività che li coinvolga va iniziata per tempo, con quel minimo di abbondanza che può generare indipendenza. Donare tempo ai bimbi è una delle prime regole per educarli al meglio.

Elena Lazzaroni

Coordinatrice Associazione San Giovanni XXIII per le scuole paritarie della Valle Imagna

Mara Dolci

Maestra a Selino Basso

Si intitola «Hubble 3D» ed è un documentario in 3D con finalità didattica prodotto dalla Nasa in tecnologia IMAX, che racconta, con immagini spettacolari, la missione spaziale che nel 2009 venne lanciata dalla Nasa per la riparazione del telescopio spaziale Hubble.

Mercoledì 18 ottobre, alle 10,30, UCI Cinemas e Oriocenter organizzano, nella nuova sala IMAX di Orio, una proiezione gratuita riservata agli insegnanti delle scuole di Bergamo e provincia di ogni ordine e grado.

È un’iniziativa riservata ai docenti che permetterà loro di assistere gratuitamente alla pre-view del documentario IMAX realizzato dall’Ente Spaziale Americano. Negli Stati Uniti infatti è prassi consueta delle grandi case di produzione cinematografiche quella di produrre documentari per le scuole, utili cioè alla didattica e ad integrare le lezioni in classe, attraverso questa tecnologia innovativa che regala allo spettatore la sensazione di essere immerso nella visione e incentiva gli studenti nell’apprendimento.

Il progetto ha ottenuto il patrocinio del Comune di Orio al Serio, del Comune di Azzano San Paolo e della Provincia di Bergamo e a livello nazionale il riconoscimento con patrocinio viene dall’ASI, l’Agenzia Spaziale Italiana. La realizzazione si basa sulla collaborazione tra PromoScuola, società cooperativa specializzata in progetti educativi, e Meeteco, il progetto per le scuole de L’Eco di Bergamo, che hanno implementato l’attività didattica per le scuole. Partner tecnici dell’iniziativa sono OKI DOKI FILM e L’Eco di Bergamo.

Oriocenter e Uci Cinemas hanno organizzato la proiezione gratuita riservata ai docenti con l’obiettivo di far conoscere le potenzialità di questa nuova tecnologia per la didattica e hanno messo a disposizione la sala dotata della tecnologia di proiezione IMAX laser e dello schermo IMAX più grande in Italia, inaugurato a giugno, ideale per esaltare al massimo l’esperienza di visione del documentario.

La partecipazione è gratuita fino ad esaurimento posti. La prenotazione può avvenire collegandosi alla pagina www.meeteco.it/hubble3D. Da qui sarà possibile scaricare il biglietto gratuito da presentare la mattina per accedere in sala. Per informazioni e approfondimenti è possibile scrivere a segreteria@promoscuola.net o telefonare al numero 035-386.297, da lunedì a venerdì dalle 9.00 alle 12.30.

Si chiama “Patto Educativo per l’uscita autonoma dell’alunno” ed è quell’accordo, sottoscritto tra Dirigente Scolastico e genitori, che permette l’uscita autonoma da scuola del ragazzo minorenne, una volta valutato il suo grado di autonomia e il limitato rischio ambientale.

Per scaricare un esempio di modulo di “Patto educativo” clicca qui.

Sul tema ecco cosa scrive Maria Emilia Gibellini, Dirigente scolastico dell’I.C. Caroli di Stezzano, nell’articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo di martedì 3 ottobre 2017.

C’è una terra di nessuno, a scuola. Il più delle volte si tratta di pochi metri, quelli che separano l’edificio dal mezzo di trasporto. Pochi metri, certo, che però sono bastati alla Corte di Cassazione (sentenza del 20 settembre 2017) per condannare l’autista di un bus, il comune e la scuola al risarcimento del danno in quanto corresponsabili dell’incidente occorso a un ragazzo all’uscita da scuola.

La Suprema Corte conferma quanto previsto dall’articolo 2048 del Codice Civile: il personale scolastico è responsabile degli studenti minorenni fino al subentro nella vigilanza da parte di un altro adulto. Con il crescere dell’età degli alunni, tale obbligo si scontra con le legittime attese delle famiglie, sempre a favore dell’autonomia dei figli, per non parlare delle comprensibili motivazioni che portano i genitori a reclamare che i ragazzi al termine delle lezioni rientrino a casa autonomamente.

Dal punto di vista legislativo una soluzione a questo problema non è affatto semplice: che fa il personale scolastico se l’altro adulto non si vede? Attende a tempo indeterminato? Si attacca al telefono? Chiama ogni giorno le forze dell’ordine? Va a prelevare l’autista del bus e gli consegna i ragazzi? Per fortuna una risposta c’è, sperimentata e funzionante.

Una risposta nel segno del dialogo e della corresponsabilità educativa, una buona pratica che consente alle famiglie il rientro a casa in sicurezza dei figli e alla scuola di assolvere all’obbligo di vigilanza dei minori.

Tutto questo si chiama “Patto educativo per l’uscita autonoma dell’alunno”. Sottoscritto dai genitori e dal Dirigente scolastico, il Patto analizza in primo luogo i fattori di rischio ambientali (localizzazione della scuola, percorso scuola-casa, traffico, presenza di vigili urbani, percorsi protetti…) e soggettivi (grado di autonomia e di maturazione dell’alunno, situazioni personali…). Dopo aver valutato tutti questi fattori caso per caso, e sollecitato famiglia e scuola a promuovere percorsi di crescita e di autonomia del minore, il Dirigente scolastico autorizza l’uscita autonoma dell’alunno. Sia chiaro, questa liberatoria non solleva mai completamente l’insegnante dalla propria responsabilità, ma certamente può “affievolirla”, incoraggiando al contempo la massima consapevolezza del problema da parte di alunni e genitori e contribuendo a fare della scuola una vera “comunità educante”.