Ho incontrato Patrik tre anni fa e oggi è ancora un mio studente. Era stato inserito in una classe prima, tra alunni quattordicenni, e mi ero chiesta: «Un giovane uomo di 18 anni come lui cosa ci fa qui?». Non sapevo nulla del suo percorso di vita, presupponevo che sarebbe stata l’ennesima «rogna»  linguistica e culturale da mediare sia con la classe che con i colleghi.
Patrik, smentendo tutte le previsioni e anche i pregiudizi, si è dimostrato uno studente attento e con una gran voglia di rendersi utile; un atteggiamento che non sempre si incontra in un «istituto professionale». Col passare dei  mesi, ho scoperto piccoli frammenti della sua vita: che era nigeriano e viveva in una casa-famiglia, forse come richiedente asilo, ma nulla di più. Non osavo chiedere altro e la documentazione che lo riguardava era scarna.

Durante una mattina di dicembre piuttosto turbolenta, ho scelto di fermare il tempo scolastico e raccontare ai miei studenti della mia storia di madre adottiva. Silenzio, occhi attenti e tesi all’ascolto. Ecco che Patrik chiede di poter parlare del suo passato, di sua madre cristiana e di suo padre animista. Al momento della nascita, un «segno» che aveva sul corpo lo identificò come un bambino maledetto, che doveva morire. La madre, fingendo di accettare il verdetto del capo clan e del padre,  decise di nascondere il piccolo nella chiesa della missione cristiana-protestante del villaggio vicino, dove il bimbo rimase per circa sette anni. Arrivato a quella età, Patrik iniziò a lavorare come aiuto controllore su una delle tante corriere che trasportano la gente da un villaggio all’altro; il suo pullman aveva una croce sulla carrozzeria e per questo motivo un giorno venne assalito da banditi del gruppo terrorista  Boko Aram. Uomini armati presero in ostaggio i passeggeri per ottenere un riscatto e rapirono le bambine e i bambini per avviarli alla tratta, i maschi per trasformarli in bambini soldato e le femmine in spose di guerra. Patrick venne segregato con gli altri, ma dei cacciatori (padri e fratelli di rapiti) riuscirono a liberare lui e altri prigionieri.

Patrik non ha una casa dove tornare ma ha sentito parlare dell’Italia, un paese di cui non sa quasi nulla, solo che si trova oltre la Libia, dove vive una parente della madre. Così decide insieme ad altri di attraversare il deserto. Giunto in Libia fa tutti i lavori possibili per racimolare i soldi necessari a imbarcarsi. Ogni giorno, al porto, raccoglie notizie sul possibile viaggio. Arriva il giorno in cui riesce a salire su un natante di fortuna con centinaia di altri disperati.

Qualcuno muore durante il viaggio, gli scafisti gettano i corpi in mare dicendo che  «è  buon  cibo per i pesci». La paura è tanta, ma ecco che si avvicina una nave con insegne militari, a quel punto tutti gridano, piangono e pregano. Da lontano si scorgono le luci della Sicilia e ci si prepara per toccare terra; i poliziotti non urlano, ma con gentilezza offrono le loro mani e aiutano a sbarcare.

Il racconto a questo punto si interrompe, i nostri occhi sono pieni di tristezza, qualche ragazzo dice sottovoce che anche suo padre racconta una storia simile, qualche altro è quasi infastidito, ma di quel fastidio che nasconde la paura di ricordare. E io? Vivo da anni, con tutto il mio essere, cosa significa insegnare accogliendo.

Orsola De Francesco

Istituto Superiore Cesare Pesenti

Bergamo

 

«Buongiorno. Sono il vostro maestro di vita». «Ah sì? E chi l’ha detto?» «Giusto. Ehm… Buongiorno, sarei il vostro professore di storia, potete aprire il libro a pagina…»

Pensare che all’università mi avevano fatto una capa tantaHistoria magistra vitae. Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. La storia è luce della verità. Un frullato di autostima, la colazione dei campioni, diciamo così. D’altronde sono nato negli anni settanta, quando il mondo era ancora immerso nella Storia. Sono cresciuto e mi sono formato credendo nell’irrinunciabilità della Storia. La Storia era tutto e tutto il sapere ruotava attorno ad essa. Storia dell’arte, storia della scienza, storia della letteratura, storia della filosofia, storia delle religioni… non c’era disciplina che non vertesse sulla Storia. Storia del teatro, storia del rock, storia del cinema. Tutto passava tra le sue mani, o, per usare una metafora calcistica, tra i suoi piedi. La Storia era il Pirlo del sapere umano. Oggi non è più così. Qualcuno ha cambiato una vocale.

È stato un lento declino, una marginalizzazione che si è fatta strada piano piano, quadrimestre dopo quadrimestre. Anni a ripetersi che, in fondo, tutti conoscono l’importanza della Storia. Genitori, colleghi, dirigenti: sotto sotto tutti sanno che la Storia è ancora la regina delle materie. Qualunque adulto sano di mente sarebbe pronto a riconoscere che non si può vivere senza sapere chi fossero Pericle, Robespierre e Churchill, o cosa accadde alle idi di marzo, il 12 ottobre del 1492 e il 6 giugno 1944. Sono sempre stato pronto a scommettere che il sapere storico è qualcosa di irrinunciabile. Ma quando ho letto Le nuove otto competenze-chiave proposte dal Parlamento Europeo, tutto mi è apparso sotto un’altra luce. Ecco perché i genitori non venivano ai colloqui. Ecco perché gli alunni si addormentavano a lezione. Ecco perché i documentari sugli Aztechi indugiavano morbosamente su particolari raccapriccianti. La Storia non interessa più a nessuno e l’epoca dello storicismo è finita. Scorro la classifica. Accanto alle competenze tradizionali (Lingua e Matematica) ecco avanzare come una falange tebana le Lingue straniere e la Competenza digitale. Proseguo, in cerca della competenza storica: Imparare a imparare, Espressione culturale… c’è perfino Spirito Imprenditoriale… La Storia non c’è. «Benvenuto in serie B», recitano i colleghi di arte, musica e fisica. Inizia una nuova era. Non sono più maestro di vita.

Non mi resta che consolarmi con la tv. Ogni sera alle 19 e 35 metto su Rai Uno, dove all’Eredità fanno il gioco delle date. Prendo la mira come un arciere inglese nella battaglia di Potiers e mio figlio mi guarda con occhi fieri: «Papà, ma le sai tutte!».

ALAN POLONI

Insegnante in Lettere

Scuola paritaria Sant’Anna – Albino

Cosa fare quando uno studente è più bravo degli altri? Stimolarlo anche nei campi in cui è meno portato e sfidarlo in ciò che sa fare meglio! Per questo è molto utile non perdere di vista quelle opportunità che permettono ai ragazzi più dotati di misurarsi fra loro.
L’anno scorso un mio studente, Gabriele Liuzzo, ha vinto la gara nazionale di elettronica per gli istituti tecnici e professionali. Per questo motivo è stato premiato con altri 42 ragazzi di tutt’Italia, nell’ambito del progetto «Fuoriclasse della Scuola», che ha lo scopo di sostenere gli studenti ad alto potenziale. Adesso frequenta il quinto anno ed è appena rientrato dal suo giro di premiazioni a Matera e Roma. L’anno prossimo Gabriele potrebbe scegliere di iscriversi a ingegneria, ma anche cominciare subito a lavorare con le nuove tecnologie, visto che è rimasto molto contento di uno stage svolto presso un’azienda di cellulari. Non è escluso che provi a fare entrambe le cose.
Chi ha particolari attitudini deve essere valorizzato, ma soprattutto stimolato. Nella mia scuola, l’Itis Pietro Paleocapa – ma già al Majorana di Seriate dove insegnavo prima – si cerca sempre di mandare uno studente alle gare nazionali. Per noi è un modo per confrontarci con gli istituti di tutta Italia, oltre a essere un’occasione per il ragazzo. Ho spinto affinché fosse Gabriele il nostro candidato alla gara perché ha un notevole talento progettuale come programmatore e molta pulizia di pensiero. Negli anni di scuola, correggendo le sue prove, ho pensato spesso a quanto fosse lineare il suo modo di affrontare i problemi, andando sempre (o quasi) efficacemente al punto.
Alle premiazioni dei «Fuoriclasse della Scuola» Gabriele mi ha raccontato di aver parlato di letteratura con lo studente vincitore della gara di fisica. Mi è sembrato molto bello, perché una figura professionale – anche molto specializzata – non è monotematica. Lo studente sa che non deve impegnarsi solo nel pezzetto in cui ha più talento e la scuola deve stimolarlo anche nelle materie in cui è meno “genio”.
Dall’altro lato, quando c’è un talento, bisogna sfidare i ragazzi con compiti più difficili. Ad esempio, a me piace affidare ai miei studenti migliori componenti nuovi che non ho mai usato neanche io, da provare lavorando in piccoli gruppi, sempre con la mia supervisione. Poi i ragazzi possono spiegare alla classe cosa hanno fatto, i risultati che hanno ottenuto. In generale i nostri progetti scolastici vanno in questa direzione: questa settimana un gruppo di ragazzi del Paleocapa sarà alla Maker Faire di Roma con un progetto ideato dal mio collega Marco Calegari, la riproduzione del rover della missione Exomars, già vista a Bergamo Scienza. Per una scuola come la nostra, e parlo da ingegnere ex studente del Paleocapa, costruire oggetti reali e affascinanti, come questo veicolo spaziale, è una strada interessante. Significa fermarsi a scuola il pomeriggio o nel fine settimana, ma si approfondiscono le proprie competenze e si motivano i ragazzi più bravi.

Sergio Bolognini
Itis Pietro Paleocapa