“Il mio studente modello scampato al terrorismo”

0 61

Ho incontrato Patrik tre anni fa e oggi è ancora un mio studente. Era stato inserito in una classe prima, tra alunni quattordicenni, e mi ero chiesta: «Un giovane uomo di 18 anni come lui cosa ci fa qui?». Non sapevo nulla del suo percorso di vita, presupponevo che sarebbe stata l’ennesima «rogna»  linguistica e culturale da mediare sia con la classe che con i colleghi.
Patrik, smentendo tutte le previsioni e anche i pregiudizi, si è dimostrato uno studente attento e con una gran voglia di rendersi utile; un atteggiamento che non sempre si incontra in un «istituto professionale». Col passare dei  mesi, ho scoperto piccoli frammenti della sua vita: che era nigeriano e viveva in una casa-famiglia, forse come richiedente asilo, ma nulla di più. Non osavo chiedere altro e la documentazione che lo riguardava era scarna.

Durante una mattina di dicembre piuttosto turbolenta, ho scelto di fermare il tempo scolastico e raccontare ai miei studenti della mia storia di madre adottiva. Silenzio, occhi attenti e tesi all’ascolto. Ecco che Patrik chiede di poter parlare del suo passato, di sua madre cristiana e di suo padre animista. Al momento della nascita, un «segno» che aveva sul corpo lo identificò come un bambino maledetto, che doveva morire. La madre, fingendo di accettare il verdetto del capo clan e del padre,  decise di nascondere il piccolo nella chiesa della missione cristiana-protestante del villaggio vicino, dove il bimbo rimase per circa sette anni. Arrivato a quella età, Patrik iniziò a lavorare come aiuto controllore su una delle tante corriere che trasportano la gente da un villaggio all’altro; il suo pullman aveva una croce sulla carrozzeria e per questo motivo un giorno venne assalito da banditi del gruppo terrorista  Boko Aram. Uomini armati presero in ostaggio i passeggeri per ottenere un riscatto e rapirono le bambine e i bambini per avviarli alla tratta, i maschi per trasformarli in bambini soldato e le femmine in spose di guerra. Patrick venne segregato con gli altri, ma dei cacciatori (padri e fratelli di rapiti) riuscirono a liberare lui e altri prigionieri.

Patrik non ha una casa dove tornare ma ha sentito parlare dell’Italia, un paese di cui non sa quasi nulla, solo che si trova oltre la Libia, dove vive una parente della madre. Così decide insieme ad altri di attraversare il deserto. Giunto in Libia fa tutti i lavori possibili per racimolare i soldi necessari a imbarcarsi. Ogni giorno, al porto, raccoglie notizie sul possibile viaggio. Arriva il giorno in cui riesce a salire su un natante di fortuna con centinaia di altri disperati.

Qualcuno muore durante il viaggio, gli scafisti gettano i corpi in mare dicendo che  «è  buon  cibo per i pesci». La paura è tanta, ma ecco che si avvicina una nave con insegne militari, a quel punto tutti gridano, piangono e pregano. Da lontano si scorgono le luci della Sicilia e ci si prepara per toccare terra; i poliziotti non urlano, ma con gentilezza offrono le loro mani e aiutano a sbarcare.

Il racconto a questo punto si interrompe, i nostri occhi sono pieni di tristezza, qualche ragazzo dice sottovoce che anche suo padre racconta una storia simile, qualche altro è quasi infastidito, ma di quel fastidio che nasconde la paura di ricordare. E io? Vivo da anni, con tutto il mio essere, cosa significa insegnare accogliendo.

Orsola De Francesco

Istituto Superiore Cesare Pesenti

Bergamo