Il preside e l’elogio del ripetente

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Può un Dirigente scolastico considerare tra i  testi di pedagogia preferiti “Elogio del ripetente” di Eraldo Affinati?  «Non c’è più morale!» potrebbe affermare qualche benpensante. Il  ruolo istituzionale impone, al di là delle sue convinzioni personali, di perseguire le finalità proprie dell’istituzione scolastica, ovvero “promuovere” (nel senso più lato del termine, ovviamente).

Eppure il libro citato è ricco di suggestioni, si pone  in una ideale continuità con «Lettera ad una Professoressa» di Don Milani, e nella semplicità provocatoria delle istanze psico-pedagogiche che propone invita tutti gli operatori scolastici a porsi in una prospettiva educativa nuova, realistica, coerente con la realtà sociale contemporanea. E sottolineo tutti, non solo chi opera, come me, in una scuola «di frontiera» .

Gli studenti del “Pesenti”, e di altri istituti professionali affini, sono spesso «potenziali ripetenti». Non solo scolastici, ma esistenziali: quando arrivano da noi hanno già sperimentato l’insuccesso, la frustrazione, o addirittura il fallimento: hanno curricoli scolastici sofferti, le età più disparate (ci sono 18enni in prima), status socio-culturali che a volte fanno rabbrividire; non hanno fiducia in se stessi e se qualcuno prospetta loro un futuro positivo non ci credono. Studiano poco perché non c’è nessuno (tranne la scuola) che si aspetta da loro che lo facciano.

Eppure non hanno un cattivo rapporto con l’Istituzione, ma con la vita sì. Spesso i docenti sono il loro unico modello adulto educativo. Senza fare della retorica «missionaria» credo che in nessuna scuola come nei professionali occorra credere a ciò che si sta facendo: proporre ai ragazzi la propria fiducia nella possibilità di educare, non con discorsi formali o moralistici, ma con il coinvolgimento quotidiano, anche emotivo, è, a mio avviso, l’unica arma vincente per rompere il muro del disfattismo  e della disistima: in questo senso credo che insegnare qui richieda un plus valore che va  al di là delle competenze professionali. Una volta «conquistati» i ragazzi alla fiducia, è possibile ottenere da loro risultati impensabili all’inizio. Certo, può essere che per un po’ lo facciano per noi e non per se stessi, ma è davvero un male?

Affinati parla nel suo libro di «vere eccellenze», sottolineando come i valori di solidarietà, di assunzione di responsabilità senza ostentazione, di piccoli gesti di amicizia quotidiana, di «capacità di riconoscere il proprio privilegio osservando le fragilità dei meno dotati» sono valori che garantiscono il successo nella vita – almeno come persone, se non come professionisti – e la costruzione di una società civile in cui davvero le diversità sono una risorsa.

Per i ragazzi che mi salutano per strada e a volte non conosco, per coloro che hanno concluso la loro esperienza al Pesenti – magari dopo 6-7 anni di onorata carriera – e che tuttavia ricordano con affetto il «prof» che li ha bocciati, per quelli che lavorano con soddisfazione presso aziende  che hanno conosciuto tramite la scuola e si illuminano nel rivedere i docenti conosciuti anni prima… Per loro resto al mio posto con orgoglio. E  benché come studente io non abbia mai ripetuto un anno, ora ho la consapevolezza che nella vita non ci sono «ripetenti di ruolo», e sta a tutti noi non crearli.

Marco Pacati

Dirigente Scolastico

IIS Cesare Pesenti