L’ex studente “scapestrato” sale in cattedra

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Che non fossi uno studente modello è cosa nota. A dir la verità ero un ragazzo impegnato: giocavo seriamente a pallacanestro nel Celana, cantavo in una ska-band che teneva concerti in tutta la penisola, dipingevo muri (e non solo), avevo un’intensa vita sociale ed ero rappresentante degli studenti. Inevitabilmente la scuola passò in secondo piano e al Sarpi questo era inaccettabile e insostenibile.

La mia scarsa inclinazione allo studio già si notava alle scuole medie, tant’è che mi consigliarono di cercarmi un lavoro o al massimo di frequentare un istituto professionale. Inutilmente orgoglioso, decisi così di iscrivermi al Liceo più serio, austero e prestigioso della città, l’unico in Città Alta, un classico! Il mio percorso scolastico fu così tempestato di brutti voti e bocciature, ma non mollai e alla fine degli anni ’90, dopo quasi un decennio speso tra i banchi del Liceo Sarpi e dopo mille peripezie, riuscii a superare l’esame di maturità e uscire da quel posto, che, nel frattempo, avevo contribuito a cambiare.

Finito il Sarpi non ebbi alcun problema a laurearmi in Scienze dell’Educazione e, anni dopo, a diplomarmi all’Accademia Carrara. Tuttavia nessuno, io per primo, mi avrebbe mai immaginato seduto in cattedra davanti ad una classe, questa volta non più nella parte dello studente scapestrato ma dell’insegnante di Arte. In realtà in cattedra ci sto seduto poco, mi aggiro spesso tra i banchi, agisco in classe e fuori dalla classe in compagnia dei miei studenti in maniera molto libera, atipica e destrutturata: ci confrontiamo, condividiamo pezzi di vita e cerchiamo di imparare il più possibile divertendoci, battendo nuove strade.

Notavo che i termini della lingua italiana che riguardano la scuola hanno tutti un senso che definirei verticista: per  esempio insegnare (imprimere segni), educare (condurre fuori), formazione (che ha a che fare più con la scultura di un materiale inerte) oltre a pedagogia, didattica, istruzione, apprendimento…A me invece piace molto la parola “trasmettere”, il perché è piuttosto semplice: ci vuole un messaggio, un antenna che lo trasmetta e un apparecchio ricevente che a sua volta – se lo ritiene utile e opportuno – ritrasmetterà il messaggio, magari condito dalla propria sensibilità. Dal mio punto di vista, la trasmissione dei saperi e delle esperienze non ha nulla di verticale, anzi, si muove orizzontalmente ed è, nella sua efficacia, il centro caldo attorno al quale ruota il mio modo di lavorare con i ragazzi e le ragazze che ho la fortuna di incrociare ogni giorno. Sono ancora piuttosto attivo nel panorama culturale della mia città e se si parla di musica, arti visive e cultura contemporanea so di avere dei punti di interesse da condividere con i miei studenti e loro con me. Tanto do e tanto ricevo, gli studenti sono il mio corso di aggiornamento permanente.

Paolo Baraldi

Insegnante d’arte Accademia della Grafica, Patronato San Vincenzo, Scuole medie Cepino, Scuole medie villa peschiera, Villa d’Adda