Parole a primavera

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A scuola si va in tutte le stagioni ma fare scuola in primavera può aiutare. Chiedo agli allievi di scrivere ciascuno una parola che sia in loro suscitata all’udire il verbo “buttare”.  Un minuto di tempo a disposizione. All’inizio si sente solo il rumore dei cervelli in funzione poi l’aula risuona di scarto, fine, scaduto, cestino, cambiare, libertà, vecchio….  Mentre dibattiamo sul percorso concettuale che ne può nascere, lo sguardo mi fugge fuori dalla finestra: un meraviglioso pesco in fioritura si affaccia sui nostri ragionamenti e sui nostri sentimenti. Resto lì così, non parlo, non ascolto, non conduco. Contemplo soltanto. Piano piano tutti si rivolgono a quella finestra:  «Cosa c’è, profe, s’è incantato?» – mi domanda un’allieva. «Sì, incantiamoci tutti: guardiamo fuori» – sussurro. «Un altro minuto, senza distogliere lo sguardo dalla finestra» – soggiungo – «e poi accanto alla vostra prima parola scrivetene una seconda, ancora pensando a buttare». La ripetizione dell’esercizio dà un esito sorprendente. Nell’aula volteggiano nascere, vita, bellezza, primavera, nuovo, giovinezza. Qualcuno si è rigiocato cambiare, libertà, ma con un diverso profumo. Uno dei ragazzi propone anche il dialetto del proprio paese: «böt, ci sta anche böt, da noi significa germoglio, quando i rami  buttano i primi fiori, come questo pesco, noi diciamo proprio così: buttano».

Ora invito ciascuno a rileggere in silenzio la propria coppia di termini scelti in due riprese, chiedendo nel contempo di cercare un particolare punto d’incontro  in questa drammatica contrapposizione. La risposta arriva subito: «l’aborto, profe: è come buttare un germoglio nel cestino». «E adesso, ragazzi, discutiamo pure su princìpi e leggi».

Un mese dopo, a primavera inoltrata, mentre sto alla finestra di casa mia, stringo  tra le mani una prova scritta che richiedeva agli allievi la personale rielaborazione di un argomento individuato liberamente tra quelli trattati lungo l’anno scolastico.  La scelta di questa allieva si delinea delicatamente nelle prime righe: «Quel giorno del pesco in fiore io stavo male, dovevo decidere, sa, ogni decisione è come un’incisione, un taglio, ma questa ancora di più, più di tutte le decisioni di questo mondo. Grazie, profe. Il mio germoglio me lo tengo, cresce bene». Ecco a quale esito sorprendente può portare osservare la fioritura di un pesco a primavera.

Ezio Marini

Istituto Superiore Statale

Serafino Riva di Sarnico